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Di cosa hai bisogno?

Una mappa per orientarti tra relazioni, energia, cambiamento e fiducia in te e negli altri

A volte arriviamo al lavoro con un problema: un capo difficile, una stanchezza che non passa, una decisione rimandata, un senso di precarietà, una motivazione che si è spenta. Ma dietro molti problemi si nasconde un bisogno che non abbiamo ancora avuto il coraggio di nominare. Questo articolo è un invito a togliere il paravento, a chiederci di cosa abbiamo davvero bisogno e a scoprire perché, al cuore di molti bisogni professionali, ci sono due parole semplici e potentissime: amore e sicurezza.

In questa lettura troverai
  • perché a volte è più facile presentare problemi che nominare bisogni;
  • cosa significa guardare ai bisogni come a qualcosa che chiede attenzione;
  • alcuni esempi di problemi di lavoro e dei bisogni che possono nascondere;
  • perché amore e sicurezza c’entrano più di quanto pensiamo con il lavoro;
  • una domanda per dare più attenzione ai tuoi bisogni.

Per tanti anni ho avuto una speciale forma di allergia che nessun allergologo era disponibile a curare. Chissà se l’hai avuta anche tu.

La mia era una allergia ad alcune parole. Una fra tutte la parola “bisogno”. Ed ero allergica soprattutto a pronunciarla ad alta voce, non tanto a sentirne la presenza in corpo, testa e cuore.

Pensavo, ed oggi me ne ricordo con tenerezza più che con giudizio, che dichiarare i miei bisogni mi esponesse troppo, che le mie necessità potessero essere viste come mie fragilità. E temevo di farmi vedere fragile, senza corazza. Chissà, forse qualcuno ne avrebbe approfittato, ed io cercavo in tutti i modi di difendermi.

E qual era la mia prima forma di difesa? Quella di presentare problemi invece di bisogni. Di lamentarmi di qualcosa o di qualcuno, di evidenziare le mancanze degli altri, di vedere la realtà che vivevo come qualcosa di immodificabile.

Ero una esperta rabdomante di problemi, che trovavo e poi cercavo di risolvere… cosa da occuparmi di tutto dall’inizio alla fine…

E c’è voluto tanto tempo per capire che i problemi che trovavo era solo degli splendidi paraventi dietro cui si nascondevano i miei bisogni.

Ed ho anche capito che per risolvere davvero un problema è proprio necessario avere il coraggio di togliere il paravento e di vedere il bisogno che si nasconde dietro.

E così ho fatto…e continuo a fare. Risultato? L’allergia alla parola bisogno è scomparsa, ed oggi anzi reputo che la mia forza vada di pari passo con l’espressione delle mie fragilità e dei miei bisogni. Che amo chiamare con il loro nome.

Ed ho anche scoperto che la parola “bisogno” non porta con sé solo l’idea di una mancanza. Nella sua origine probabile c’è anche un richiamo alla cura. E questo mi sembra bellissimo: un bisogno non è soltanto qualcosa che ci manca, ma qualcosa che chiede attenzione.

Per questo domandarsi “di cosa ho bisogno?” può diventare un gesto molto concreto di consapevolezza.

Accade anche nelle conversazioni di coaching: una persona arriva parlando di un problema specifico — un capo difficile, una decisione da prendere, un senso di stanchezza, un futuro incerto, una perdita di motivazione — e poi, a poco a poco, dietro quel problema si svela un bisogno più profondo.

Per questo credo che possiamo imparare tutti a svelare i bisogni che ci sono dietro i problemi che sentiamo di avere. Ed i bisogni possono diventare una traccia più utile per trovare delle soluzioni.

E quando si fa amicizia con i bisogni si scopre alla fine che c’è n’è uno, al cuore di tutti, che è davvero importante dare attenzione.

E prima di svelare quale sia questo bisogno centrale meglio partire da alcuni esempi di problemi e di bisogni nascosti.

 

Dai problemi ai bisogni

Se fossimo in una sessione di coaching probabilmente ascolteremmo una di queste voci:

“So che ho costruito tanto, ma quello che faccio non mi rappresenta più fino in fondo” (=problema)

E dietro c’è il bisogno di senso e forse anche quello di crescita.

“Corro sempre dietro alle urgenze e a fine giornata ho la sensazione di non aver fatto quello che conta davvero” (=problema)

E dietro c’è il bisogno di confini, come quello di chiarezza e direzione.

“So che ho delle qualità, ma è come se non riuscissi a metterle in luce… e a volte penso che sono un bluff” (=problema)

E dietro c’è il bisogno di spazio mentale, di direzione e di riconoscimento.

“Sento tutto il peso sulle mie spalle e non è giusto” (=problema)

E dietro c’è il bisogno di alleanze e relazioni adulte, come quello di energia e confini.

“Sono preoccupata perché stanno continuando a licenziare, temo di essere la prossima e non saprei proprio come dirlo in famiglia, cosa penseranno gli altri di me” (=problema)

E dietro c’è il bisogno di certezze e sicurezze.

E finisco proprio citando il bisogno di sicurezza, perché a pensarci bene, mi sembra che al fondo di tutti i bisogni ci sia proprio quello di sicurezza e di “amore”.

 

Il bisogno più nascosto ed importante di tutti

So che per alcuni può essere un azzardo pronunciare la parola amore parlando del proprio lavoro. Ma io credo che l’amore sia alla base di ogni relazione. E quella con il lavoro è una delle relazioni più importanti che abbiamo.

E non entro nel territorio dell’amore suggerendo che sia importante amare il proprio lavoro. Ma ne parlo perché penso che tutti noi abbiamo la necessità di sentirci amati, protetti, riconosciuti anche grazie al nostro lavoro. Qualunque esso sia.

Cioè avere un lavoro che ci fa sentire al sicuro, che pensiamo ci possa aiutare a sentirci protetti rispetto alla vita. Poi ad ognuno spetta capire come soddisfare questo bisogno di sicurezza e di amore. C’è chi si sente amato da un lavoro se lo sfida. Chi se gli dà uno status. Chi se gli dà un senso di libertà e di avventura. Chi se gli consente di viaggiare. E così via. Non c’è una risposta unica e giusta. Ci sono tante possibilità. Ma penso che sia importante riconoscere che anche il lavoro può contribuire a soddisfare il nostro bisogno di sentirci sicuri e amati. Senza vergognarci di questo bisogno o senza pensare che sia un bisogno impossibile da associare al lavoro.

E così facendo, vedendo e comprendendo fino in fondo questo bisogno si può cogliere anche un ultimo aspetto molto importante.

Che questo bisogno di sicurezza e di amore, oltre ad aspettarci che ce lo soddisfi il lavoro in sé, o l’azienda per cui lavoriamo, o le persone con cui collaboriamo, richiede prima di tutto un lavoro interiore.

E quindi la domanda può diventare:

“Cosa sto facendo o cosa posso fare io per ascoltare il mio bisogno di sicurezza ed amore rispetto al lavoro?”. “Quali parole, pensieri, abitudini posso coltivare, anche nel mio lavoro, per riuscirci?”

Perché è più arduo immaginare che gli altri ci riconoscano e ci apprezzino se siamo i primi a non farlo.

Diventa più difficile chiedere agli gli altri che rispettino i nostri confini se non siamo stati noi a chiarirli e se siamo i primi a non rispettarli.

Non si può sperare che gli altri ci diano sicurezza se siamo i primi a non essere sicuri delle nostre qualità e delle nostre scelte.

Ecco io penso che per stare meglio sia utile riuscire a vedere i bisogni dietro i problemi. Per poi vedere ogni bisogno fino in fondo per quello che è: un richiamo all’importanza di sentirci sicuri e amati. E infine capire cosa chiedere agli altri, ma anche a noi stessi, per prenderci cura e dare attenzione a questo bisogno.

 

Una lettura per continuare

Mentre terminavo questo articolo mi sono anche ricordata che una delle prime volte in cui ho ragionato sul tema dei bisogni è stato all’università, quando ho studiato la famosa piramide di Maslow. Una teoria molto nota, che organizza i bisogni umani in diversi livelli: dai bisogni fisiologici alla sicurezza, dall’amore e appartenenza alla stima, fino all’autorealizzazione.

Oggi forse possiamo leggere quella piramide meno come una scala rigida e più come una mappa: nella vita reale questi bisogni non si presentano sempre in ordine, uno dopo l’altro. Spesso convivono, si intrecciano, si richiamano a vicenda. Anche nel lavoro.

E mentre pensavo al bisogno di sicurezza e di amore mi è tornata in mente anche la teoria dell’attaccamento, in particolare il lavoro di John Bowlby e la sua bellissima idea di “base sicura”: abbiamo bisogno di relazioni e contesti abbastanza affidabili da permetterci non solo di sentirci protetti, ma anche di esplorare, crescere, rischiare, diventare più autonomi.

Per questo, se vuoi continuare a riflettere su questi temi, ti suggerisco di partire da John Bowlby, Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento. È una lettura preziosa per capire perché sicurezza e crescita non sono opposte: spesso, al contrario, abbiamo bisogno di sentirci abbastanza al sicuro proprio per avere il coraggio di muoverci, imparare e cambiare.

Se questo articolo ti ha fatto pensare al modo in cui vivi la relazione con i tuoi bisogni, nel lavoro o nella vita, mi farà piacere leggerti. Puoi scrivermi a info@workingroom.it

E se vuoi iniziare a osservare con più chiarezza la relazione che hai con il tuo lavoro, con le tue energie e con le tue priorità, puoi leggere Tu e il tuo lavoro, la guida che ho preparato per aiutarti a capire cosa funziona, cosa può cambiare e quale passo puoi scegliere adesso.